Brexit: il braccio di ferro continua

Nei prossimi mesi la Banca Migros prevede una lieve tendenza al rialzo per la sterlina britannica. Anche se è estremamente dubbio se l’accordo di uscita sarà ratificato, la situazione non appare priva di speranze.

Il tempo stringe: tra cinque settimane il Regno Unito uscirà dall’Unione europea (UE) e non è ancora chiaro cosa accadrà dopo. Con 432 voti contrari e 202 a favore, il 15 gennaio la Camera dei Comuni britannica ha nettamente bocciato l’accordo di uscita. Il controverso contratto di divorzio con l’UE dovrebbe disciplinare il periodo di transizione che si estenderà fino alla fine del 2020. Il pomo della discordia è soprattutto il «backstop», una soluzione concepita come rete di salvataggio per il caso in cui Londra e Bruxelles, nel periodo di transizione previsto, non trovino un’intesa sulla gestione del confine tra le due Irlande. Ormai da tempo il primo ministro britannico Theresa May battaglia con l’Unione europea per raggiungere un accordo su questo tema che riesca a ottenere la maggioranza in parlamento.

La frontiera irlandese come punto critico

Il backstop è un elemento fondamentale dell’accordo di uscita. Secondo questa clausola, se durante il periodo di transizione le due parti non sigleranno un patto commerciale che impedisca l’introduzione di controlli doganali tra Irlanda e Irlanda del Nord, il Regno Unito rimarrà in un’unione doganale con l’UE e in aggiunta l’Irlanda del Nord resterà nel mercato comunitario europeo. Una frontiera rigida tra le due Irlande, con barriere e tempi d’attesa ai valichi di confine, potrebbe mettere a repentaglio la pace sull’isola. Almeno su questo l’Unione europea e la Gran Bretagna concordano. Tuttavia, dal punto di vista di molti britannici, il backstop implicherebbe una forte dipendenza dall’Unione europea.

I fronti si sono ormai irrigiditi: l’Unione europea insiste sulle sue richieste, May è indebolita politicamente e la Camera dei Comuni si mostra intransigente. L’economia britannica sta quindi facendo bene a pianificare misure d’emergenza per il caso in cui il Regno Unito lasci l’UE senza aver firmato un accordo. A partire dal 29 marzo, il commercio di beni e servizi potrebbe infatti risultare fortemente compromesso.

Una sfida anche per Bruxelles

Anche se questo scenario dovesse avverarsi, resterebbe comunque uno spazio di manovra per negoziare un patto di emergenza che assicuri a entrambe le parti una certa sicurezza e permetta di pianificare gli sviluppi futuri. Non è affatto vero che il potere contrattuale è tutto nelle mani dell’Unione europea. Ecco alcuni argomenti che lo dimostrano:

  • Anche per Bruxelles la Brexit arriva al momento sbagliato. Nell’UE la congiuntura ha subito un netto raffreddamento, che ha colpito soprattutto l’industria con una diminuzione degli ordinativi all’esportazione. Pertanto, proprio come il Regno Unito, neanche l’Unione europea può permettersi una «hard Brexit»; il danno economico sarebbe ingente anche nel continente. Nel commercio con la Gran Bretagna l’UE registra infatti un sostanziale disavanzo della bilancia commerciale: nel 2017 gli altri Paesi dell’UE hanno esportato sull’isola beni e servizi per un valore di 341 miliardi di sterline, mentre le esportazioni del Regno Unito verso il resto dell’UE si sono attestate a 274 miliardi di sterline.
  • L’Unione europea ha già perso importanza geopolitica e quindi è ancora più importante che eviti di indebolirsi inutilmente. La Germania, in particolare, ha un forte interesse a mantenere relazioni stabili con il Regno Unito, anche a causa della crescente imprevedibilità della situazione politica in Italia, Francia e Spagna.
  • Il backstop dovrebbe garantire all’Irlanda che non sarà eretto un confine interno con barriere e controlli di frontiera che acquisirebbero un significato simbolico. Ma se si arrivasse a una «No Deal Brexit», l’Unione europea dovrebbe realizzare proprio questo scenario tanto temuto. Per questo motivo è probabile che non sia ancora stata detta l’ultima parola sul tema backstop.
  • Anche se entro il 29 marzo non si trovasse una soluzione, la Gran Bretagna, in quanto ex-Stato membro, soddisfarebbe ancora tutti i requisiti giuridici dell’UE. Pertanto non esisterebbe alcun ostacolo amministrativo al mantenimento, in via provvisoria, dell’accesso agevolato al mercato.

Il nostro scenario

Nel nostro scenario di base supponiamo che l’accordo di uscita non verrà ratificato e si dovrà attuare una soluzione temporanea. Anche se May riuscirà a strappare determinate concessioni all’UE in materia di backstop, la Camera dei Comuni non approverà il contratto di divorzio neppure in una versione modificata. La maggioranza dei deputati respinge infatti l’approccio di base adottato: per molti sostenitori della Brexit la separazione pianificata è troppo poco radicale, mentre i fautori del «Remain» mirano a ottenere un secondo referendum.

Prevediamo che Londra e Bruxelles, dopo il fallimento dell’accordo di uscita, siglino un’intesa provvisoria volta a guadagnare tempo. Sarà così possibile avviare nuovi negoziati oppure organizzare nuove elezioni, le quali potrebbero avere come conseguenza anche un secondo referendum. May non sarà in grado di restare in carica e, in via precauzionale, l’ideale sarebbe rimandare l’uscita dall’Unione europea di alcuni mesi. In caso di una «No Deal Brexit», dal 29 marzo si dovranno mettere in conto lunghi tempi di attesa presso gli uffici doganali, però nel giro di pochi giorni sarebbe certamente concordata una soluzione d’emergenza provvisoria.

Le prossime settimane potrebbero essere turbolente dal punto di vista politico. Ma per entrambe le parti la posta in gioco è troppo alta per arroccarsi sulle proprie posizioni. Nel nostro scenario di base la sterlina britannica tenderà al rialzo nel corso dell’anno, anche se probabilmente fino ad allora non sarà ancora stato attuato un nuovo accordo commerciale. Nel frattempo si prevedono forti fluttuazioni di valore per la valuta britannica. Dal mercato azionario britannico non c’è da aspettarsi una sovraperformance rispetto ad altre regioni, dato che nell’indice guida FTSE 100 dominano imprese internazionalizzate non direttamente interessate dalla Brexit. I titoli britannici orientati verso il mercato interno dovrebbero invece registrare un andamento migliore.

Le nostre previsioni:

22.2.2019
(12:00)
In 3 mesiIn 12 mesi
GBP/CHF1.301.311.35
FTSE 1007197+1.0%+3.5%

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